Politica e arte a confronto in un solo film: la Germania ha fatto autocritica anche con il Cinema

di Annibale Napolitano

A pochi giorni dalla Giornata della Liberazione torniamo ad affrontare il tema storico e artistico della Seconda Guerra Mondiale. E questa volta lo facciamo dal punto di vista della Germania, analizzando una delle sfaccettature dell’autocritica avvenuta dopo la guerra. Analizzeremo, in tal senso, il  film “Opera senza autore“, uscito nelle sale nell’ottobre  del 2018 e scritto e diretto da Florian Henckel  von Donnersmarck; è uscito inoltre in anteprima alla 75a Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia nel settembre del 2018. L’opera ha ricevuto una nomination ai premi Oscar per miglior film in lingua straniera. La cinematografia tedesca recente prima di ora ci aveva regalato altri due splendidi film “politici” incentrati sulla storia tedesca del ‘900, come Goodbye Lenin (2003) e Le vite degli altri ( dello stesso Florian Henckel von Donnersmarck risalente al 2006).

In Opera senza autore il personaggio principale è un’artista, Kurt Barnet. Anche qui troviamo la presenza dell’attore Sebastiano Koch, come in “Le vite degli altri“. Nel film del decennio precedente l’attore aveva il ruolo del drammaturgo, osannato intellettuale di regime inizialmente, spiato dalla Stasi (la polizia politica della Germania dell’Est) .Qui, invece, Koch impersona il professore Carl Seeband, un medico ginecologo nazista convinto durante la dittatura, che disapprova la relazione della figlia, Elizabeth, con l’artista Kurt. Il film si intreccia con la storia tenuta nascosta per tutta la durata del film della zia di Kurt, che fa una prima visita con il professor Seeband per una sterilizzazione forzata, prima della fine in un campo di internamento .

Il film si ispira alla vita di Gerhard Richter, artista tedesco nato a Dresda nel 1932, formatosi però nella Germania Est con la corrente artistica del realismo socialista e ritornato ad Ovest per amore dell’astrattismo. Il film vuole testimoniare ancora una volta la maturità dell’arte cinematografica tedesca nel raccontare la propria tragica storia del ‘900, anche usando una delle storie familiari altrettanto tragiche. Tuttavia, ciò che risalta dal film in modo dirompente è lo scontro “politica vs arte” più di ogni altro discorso o logica.  Sono le parole del maestro astrattista di Kurt durante una lezione accademica negli anni’60, in antitesi a quelle contro l’arte moderna del 1937 che aprono il film, a testimoniarlo: “Non andate a votare, non votate mai più un partito. Scegliete l’arte. Decidete o l’una o l’altra. Soltanto nell’arte c’è la libertà, senza illusioni. Solo un’artista saprà restituire, dopo questa catastrofe, il senso di libertà. Ciascun uomo, uno spazzino o un agricoltore, può essere un’artista, se saprà sviluppare il suo talento interiore senza farsi influenzare“.

Il film affronta anche altri temi decisivi: come non citare il tema di fondo dell’eugenetica nazista e della necessità, secondo la logica della difesa della razza, di portare avanti solo ed esclusivamente la linea di sangue ariana pura e sana avallata dal professor Seeband, che gli costerà quasi la vita quando verrà fatto prigioniero dai sovietici subito dopo i bombardamenti di Dresda.

Un film assolutamente da vedere, anche perché segue una narrazione intensa con dialoghi serrati e un ritmo elevato costante che non permette pause d’orologio nella visione.

 

 

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