È partito a Vibo Valentia il più grande processo contro la ‘ndrangheta degli ultimi 30 anni. Numeri da maxi processo: 325 imputati, oltre 900 testimoni, più di 400 capi d’accusa e almeno 58 collaboratori di giustizia (non solo ‘ndranghetisti ma anche appartenenti ad altre organizzazioni). Si va dal traffico di droga alla corruzione, passando per svariate accuse per omicidi. Il processo va anche oltre i confini nazionali, a partire dal nome “Rinascita Scott”, in onore di un agente dell’antidroga americano scomparso nel 2013.
A coordinare le indagini il procuratore Nicola Gratteri che si è detto convinto che questo processo possa segnare la rinascita dell’intera Calabria. Dall’altro lato i principali indagati appartengono alla cosca dei Mancuso di Limbadi che da anni spadroneggiano sull’intera provincia di Vibo Valentia portando avanti i loro affari. Per dare un segnale forte è stata allestita un’enorme aula bunker a Lamezia Terme, proprio in quel territorio dove le cosche si sentono più forti e intoccabili.
Tra gli imputati anche politici e membri della Pubblica Amministrazione. Tra questi Giancarlo Pittelli, ex parlamentare di Forza Italia, e Pietro Giamborino, ex consigliere regionale del PD.
Obiettivo di questo processo è dimostrare come la penetrazione delle cosche sia arrivata ad ogni settore dell’economia calabrese. Nessuna attività è esente dal contatto con la ‘ndrangheta. Dai liberi professionisti alle aziende, tantissimi si sono ritrovati ad avere a che fare con la ‘ndrangheta, per costrizione o per complicità. La Procura punta a fermare l’infiltrazione malavitosa nella vita della regione calabrese.
Non sarà concessa la possibilità di riprendere integralmente il processo. Le motivazioni sarebbero di carattere sanitario. Non sempre sarà infatti possibile concedere l’accesso alle telecamere a causa del distanziamento e delle limitazioni imposte dalle norme anti-Covid. La decisione è stata criticata dalla stampa, desiderosa di trasmettere il più grande processo contro la ‘ndrangheta.