Il mistero della casa del tempo (The House with a Clock in Its Walls) è un film di genere fantasy-thriller-horror del 2018 diretto da Eli Roth ed è la trasposizione cinematografica del romanzo best-seller per ragazzi La pendola stregata scritto da John Bellairs nel 1973 ed illustrato da Edward Gorey. Il cast è formato da Jack Black (Jonathan Barnavelt), Cate Blanchett (Florence Zimmerman), Owen Vaccaro (Lewis Barnavelt), Kyle MacLachlan (Isaac Izard), Renée Elise Goldsberry (Selena Izard), Colleen Camp (sig.ra Hanchett), Sunny Suljic (Tarby Corrigan), Vanessa Anne Williams (Rose Rita Pottinger), Lorenza Izzo (Sig.ra Barnavelt), Eli Roth (Ivan) e Ricky Muse (autista del bus).
Prodotto con un budget di 42 milioni di dollari la pellicola ne ha incassati globalmente 111,4 milioni risultando un successo al botteghino e fra i riconoscimenti si segnala una nomination (migliori costumi in un film fantastico) agli Art Directors Guild Award 2019.
TRAMA USA, 1955. Dopo la tragica morte dei genitori, Lewis Barnavelt, 10 anni, si trasferisce da New York a New Zebedee, un’immaginaria cittadina nel Michigan, andando ad abitare nella casa dello zio Jonathan Barnavelt. Il giovane orfano non ha mai conosciuto lo zio, se non per sentito dire dalla defunta madre, e questi fin da subito si rivela un tipo molto eccentrico. Anche la casa appare molto inquietante dentro e fuori: è piena di orologi e di oggetti bizzarri. È qui che Lewis fa la conoscenza di Florence Zimmerman, la simpatica vicina dello zio che spesso offre il suo aiuto in casa. Col passare dei giorni il ragazzo inizia a notare strani fenomeni all’interno della casa: finestre e vetri colorati cambiano, i mobili si muovono e dall’interno delle mura provengono strani rumori. La situazione non migliora nella nuova scuola, dove Lewis viene ignorato e umiliato da tutti i compagni, tranne che da Tarby, un ragazzino che temporaneamente si dimostra amico.
Una notte Lewis si sveglia e nota lo zio con in mano un’ascia girare per casa. In un primo momento si spaventa e crede che lo zio voglia ucciderlo, ma poi Jonathan rassicura il nipote e gli spiega una verità finora nascosta. Lo zio è uno stregone, buono ma poco abile, e anche la signora Zimmerman è una strega, più brava di lui ma da tempo sembra aver perso potere. La casa dove abita Jonathan un tempo apparteneva ad un suo vecchio amico, Isaac Izard, anche lui stregone che dopo il ritorno dalla Guerra era cambiato, diventando malvagio e più potente. Un anno prima della morte dei genitori di Lewis, Izard aveva tentato un incantesimo malvagio e pericoloso che aveva infine provocato la morte di lui e di sua moglie Selena, anche lei una strega malvagia. La casa era così passata a Jonathan ma Isaac, prima di morire, aveva nascosto al suo interno un orologio magico, il cui ticchettio sembra provenire da ogni muro. Così da allora Jonathan sta cercando quell’orologio per distruggerlo, convinto che non sia niente di buono. Impressionato ma allo stesso tempo affascinato dal racconto, Lewis accetta di farsi istruire sulla magia e decide di aiutare lo zio e la sua vicina nella ricerca del misterioso orologio. Ma la strada che conduce alla via dello stregone sarà foriera di pericoli e sconcertanti rivelazioni che metteranno in serio pericolo Lewis e l’umanità intera.
ANALISI L’azione scorre veloce, forse un po’ troppo ma si punta molto sull’impatto visivo di immagini dai colori accesi, introducendo lo spettatore in una tipica storia di crescita, per bambini e per adulti, segnata da traumi profondi da superare. L’impressione iniziale viene gradatamente sostituita da un crescendo di tensione in perfetto stile giallo-thriller accompagnato da un primo assaggio di irresistibile comicità grazie all’irriverente Black, simpaticamente punzecchiato dalla bravissima Blanchett. L’elemento fantasy mescola gotico e barocco nel rappresentare la magia che si fa avanti con effetti spettacolari che soddisfano le aspettative di divertimento. L’entusiasmo del giovane che ha scoperto un mondo del tutto nuovo in cui ciò che è diverso rende unico si scontra nuovamente con il represso dolore della perdita affettiva mai superata ed in cerca di nuovi affetti negati da false amicizie che sconfinano nel bullismo. La malinconia della propria solitudine, unita alla naturale curiosità infantile, è la chiave – in tutti i sensi – che apre la via all’elemento horror che – trattato con effetti da fantascienza e da commedia nera anni ’50 -’80 – conduce lo spettatore nel cupo contesto da cui emergono sconcertanti verità nascoste o citate parzialmente all’inizio. E quando ognuno dei personaggi ha accettato i suoi traumi mai superati e li ha sconfitti nello scontro decisivo fra luce e oscurità, emozionante è il lieto fine capace di suscitare divertimento e soprattutto di offrire un’importante lezione per grandi e piccoli.
“Scrivo thriller spaventosi per bambini perché ho l’immaginazione di un bambino di 10 anni. […] Amo le case infestate, i fantasmi, le streghe, le mummie, gli incantesimi, i rituali segreti eseguiti dalla luce della luna calante, le bare, le ossa, i cimiteri e gli oggetti incantati. […] Nella mia immaginazione cammino ripetutamente su e giù per le strade della bellissima vecchia città del Michigan dove sono cresciuto. È pieno di antiche dimore vittoriane e di storia, e funzionerebbe sulla mente creativa di qualsiasi bambino.”
DALLE PAGINE … John Bellairs (1938-1991) è nato a Marshall, in Michigan. Per molti anni ha insegnato nelle università del New England, e poi si è dedicato a tempo pieno alla scrittura. È noto come autore soprattutto del fantasy The Face in the Frost (1969) – suo terzo libro, è un tentativo di rivisitazione di Tolkien dopo aver letto Il signore degli anelli – e di molti romanzi gialli gotici per bambini con protagonisti i personaggi di Lewis Barnavelt, Rita Pottinger, Johnny Dixon e Anthony Monday. La maggior parte dei suoi libri sono stati illustrati da Edward Gorey mentre Brad Strickland ha scritto tredici sequel originali ed incompiuti dei libri di Bellairs. Dopo la morte dell’autore i suoi libri avevano venduto un quarto di milione di copie in copertina rigida e più di un milione e mezzo di copie in brossatura.
In tutto sono quindici i suoi romanzi per ragazzi acclamati dalla critica e dal pubblico e quello che ha inaugurato questa serie fortunata è lo stesso da cui è tratto il film di Roth: The house with a clock in its walls (La pendola stregata / Il mistero della casa del tempo). Pensato originariamente come fantasy per adulti, per migliorare la commerciabilità del romanzo il suo editore gli suggerì di riscriverlo e adattarlo ai giovani lettori. Il risultato finale è stato un libro nominato fra gli eccezionali del New York Times del 1973. In Italia il libro fu pubblicato per la prima volta da BUR-Rizzoli nel 1975, successivamente da Mondadori e infine nell’edizione più recente, in contemporanea con il film nel 2018, da DeA Planeta Libri. Il testo è un fantasy dalla grande forza immaginifica, pubblicato per la prima volta nel 1973, e risulta tutt’ora il suo lavoro più famoso.
Il successo del libro spinge l’autore a concentrarsi su avventure fantasy gotiche rivolte ai bambini delle scuole elementari e medie. I libri per bambini di Bellairs sono stati definiti avventure frenetiche e spettrali che coinvolgono personaggi “credibili e simpatici”, generalmente un bambino e una persona anziana – solitamente un “amabile eccentrico” – che sono amici, devono andare all’avventura e risolvere un mistero che coinvolge elementi soprannaturali come fantasmi e malvagi stregoni. Al di là di questi elementi soprannaturali, i romanzi suscitano l’interesse di un bambino per il comfort e la sicurezza nel suo mondo reale, affrontando paure infantili di abbandono, solitudine e bullismo, così come il raggiungimento della maggior età. Il successo dei libri è testimoniato sia dai lettori di fascia media (9 e 13 anni) sia fra gli adulti.
… AL CINEMA Il regista, sceneggiatore, attore, produttore cinematografico e animatore statunitense Eli Raphael Roth (Newton, 18 aprile 1972) nasce da una famiglia ebraica di origini austriache, russe e polacche e si interessa di cinema a otto anni quando nel 1979 vede un capolavoro del fanta-thriller-horror diretto da Ridley Scott: Alien. Dopo un’iniziazione composta da 50 cortometraggi con i fratelli Adam e Gabe, Eli si diploma alla Newton South High School per poi laurearsi nel 1994 alla New York University. La gavetta a Hollywood comincia rivedendo i copioni della serie tv The Practise assieme all’attrice Camryn Manheim. Dopo i vent’anni Roth è uno dei pupilli del produttore Frederick Zollo e per guadagnarsi da vivere lavora come commesso produttore per film del genere Il gioco dei rubini e Illuminata del 1998.
La fama di regista “di genere” arriva grazie ad un soggetto scritto nel 1995 ma realizzato nel 2001 con il film-esordio Cabin Fever, un horror-comico dalle tonalità splatter molto accentuate che partendo da un budget di 1,5 milioni di dollari riscuote buone critiche nel 2002 e con incassi mondiali pari a circa 30 milioni diventa il prodotto della Lions Gate Films più acclamato dell’anno. Roth è considerato uno dei più dotati autori del genere horror e nel 2006 esce il suo secondo lavoro che, film numero uno di quell’anno al botteghino, è quello che forse resta il suo film più celebrato, Hostel, pubblicato e prodotto da Quentin Tarantino. Con il regista maestro del pulp, assieme al suo “gemello” artistico Robert Rodriguez, Roth condivide la regia nel 2007 del fake trailer Thanksgiving nel film a episodi Grindhouse e soprattutto condivide la fama di attore – un indimenticabile sergente Donnie Donowitz / Orso ebreo – nel film bellico-ucronico manifesto contro la shoah del 2009 Bastardi senza gloria. La fama prosegue negli anni successivi con altri prodotti che spaziano dalla parodia di film di propaganda nazista, all’omaggio ai cannibal movie anni ’70 – ’80 e ad altri titoli che consacrano la sua stella nell’horror.
Il suo stile fu fortemente ispirato – sue parole testuali – da Sam Raimi quando, a soli 13 anni, vide il capostipite della serie La casa , un cult ottenuto con un budget esiguo unito alla fiducia della gioventù (Raimi all’epoca aveva 21 anni):
“Vedere che Sam Raimi ce l’aveva fatta, rese possibile ai miei occhi che una persona come me, appassionata di horror, potesse prendere una cinepresa, andare in un bosco, e fare il film più sanguinario e disgustoso possibile.”
Altra fonte di ispirazione ed ammirazione per Roth è il cinema italiano, passione condivisa con il collega e amico Quentin Tarantino, in particolare capolavori come Ladri di biciclette ed i film diretti da Fellini. Il cinema horror italiano entra nel suo cuore dopo aver visto il controverso Velluto Blu di David Lynch: Joe D’Amato, Lucio Fulci, Dario Argento, Umberto Lenzi e Ruggero Deodato sono i modelli di riferimento. Da questo momento si apre al cinema italiano anni ’70 apprezzando Sergio Martino, Nando Cicero e interpreti come Bombolo, Edwige Fenech, Lino Banfi e tanti altri dai quali – sue parole testuali – avrebbe così imparato la lingua italiana.
UN MIX RIUSCITO Per capire il senso profondo di questo magico esperimento in celluloide possono aiutare le parole dello stesso Eli Roth:
“Non è un horror perché non vuole terrorizzare il publico. Quando si fa un horror si cerca di essere davvero disturbanti. Quando invece un film è spaventoso ma magico e divertente, è come un’attrazione da luna park, una ‘casa stregata’, che certo è tenebrosa ma non vuole traumatizzare. Tra le influenze è stato molto importante il laboratorio di Sebastian in Blade Runner, oltre a Brazil di Terry Gillian e il sogno del clown in Pee-wee’s Big Adventure, si può chiaramente sentire il debito verso Tim Burton.”
Un regista simbolo dell’horror splatter e del pulp di tarantiniana tradizione riesce, grazie ad un potente uso del colore, a produrre un film dove l’immagine agisce sulla trama puntando su uno stile visivamente elegante. Proprio come viene insegnato al giovane Lewis, la magia è una questione di stile (“ti posso dare libri, insegnare incantesimi… ma l’ultimo piccolo sforzo è compito tuo”) e dimostra di saper divertire ed emozionare riducendo il terrore di genere allo spavento da fantasy gotico.
Molto si deve anche al genio comico dell’irriverente Jack Black, spassoso stregone pasticcione che cela le sue insicurezze, sostenuto da colleghi altrettanto artisticamente perfetti nel loro ruolo: la glaciale Cate Blanchett, bravissima sia come cattiva sia – come in questo caso – come buona, invidiata-apprezzata vicina secchiona con un trauma da superare, ed il giovane Owen Vaccaro perfetto nel ruolo del nipote traumatizzato in cerca di riscatto.
Il risultato ottenuto è una simpatica ed intrigante combinazione di paura e divertimento, capace di emozionare i nostalgici del cinema per ragazzi anni ’80 che scolpiti hanno nel cuore classici come Gremlis, I Goonies, Ritorno al futuro, E.T. l’extraterrestre (sono sempre i più giovani a salvare il mondo e a far crescere gli adulti!) ma anche di offrire emozionanti e importanti lezioni di crescita a coloro che si lasciano sopraffare dalla paura di un passato perduto segnato e simboleggiato dai traumi di errori compiuti che si cercano di evitare invece di accettarli e superarli perché ancora non hanno capito che sbagliando si cresce.
Interpretazioni impeccabili ed irresistibili, effetti speciali da fantasy odierno ben collaudati in un contesto vecchio stile dove l’horror è ridotto allo spavento minimo ma essenziale – nella figura dello zombie-villain Kyle MacLachlan e nelle paure represse da superare – ed il gotico è perfettamente calato nel presente post-bellico concorrono ad offrire un prodotto che se soddisfa i fan di Tim Burton e Charles Addams bramosi di annegare lo stress quotidiano nel divertimento offerto dal rovesciamento di ciò che dovrebbe spaventare, allo stesso tempo offre la possibilità di riflettere sulla crudeltà del genere umano che corrompe e traumatizza ma che non deve impedire la crescita possibile solo passando attraverso dolori seguiti da gioie meritatamente conquistate.
SPAVENTOSAMENTE DIVERTENTE.
DA RISCOPRIRE AD HALLOWEEN.