Gli Europei di calcio sono diventati un caso per i diritti LGBT

di Luisa Sbarra

Come ogni grande evento, anche gli Europei rappresentano una sorta di palcoscenico e di vetrina per fenomeni che riguardano i diritti fondamentali e i vari movimenti attinenti ad essi. L’ultima interessava i diritti LGBT. Infatti, si era progettato di illuminare, nella partita del 23 giugno Germania-Ungheria, lo stadio Allianz Arena di Monaco di Baviera con i colori dell’arcobaleno, in segno di uguaglianza e per sensibilizzare sulla tematica LGBT, visti le recenti attività legislative che hanno portato a diritti negati dall’Ungheria. Recentemente, infatti, il Parlamento Ungherese ha approvato una legge, voluta fortemente da Viktor Orban (da sempre dimostratosi ostile verso persone gay, bisessuali e transessuali), che limita la libertà di informazione dei minorenni sui temi omosessuali, equiparandoli alla pornografia e alla pedofilia.

La UEFA, inizialmente, si è opposta a tale iniziativa ed ha impedito tutto ciò. Dopo le varie polemiche creatosi, ha chiarito la sua posizione, dichiarando, come è noto, che è vietato fare slogan politici. Non era la loro, quindi, una scelta politica, ma di chi aveva deciso di farlo; un gesto considerato anche non rispettoso, visto la presenza della nazionale ungherese. Con un comunicato pubblicato sul proprio sito, la stessa UEFA il 23 giugno ha dichiarato:

La UEFA oggi è orgogliosa di indossare i colori dell’arcobaleno. L’arcobaleno è un simbolo che promuove tutto ciò in cui crediamo – una società più giusta ed egualitaria, tollerante verso tutti, indipendentemente dalla loro provenienza, credo o genere. Alcune persone hanno interpretato come una scelta ‘politica’ la decisione della UEFA di rifiutare la richiesta della città di Monaco di Baviera di illuminare lo stadio di Monaco con i colori dell’arcobaleno per una partita di EURO 2020. Al contrario, è stata la richiesta a essere politica poiché legata alla presenza della nazionale ungherese nello stadio per la partita di questa sera con la Germania. Per la UEFA, l’arcobaleno non è un simbolo politico, ma un segno del nostro fermo impegno per una società migliore e inclusiva.

Numerosi sono stati i gesti dei tifosi per mostrare solidarietà e sostegno al mondo LGBT e contro la legge di Orban. Addirittura, durante l’inno, un attivista ha fatto irruzione in campo, sventolando una bandiera arcobaleno davanti alla squadra tedesca e a quella ungherese. Il giovane è stato poi fermato e portato via. Altri tifosi, invece, fuori dallo stadio di Monaco, hanno distribuito bandiere arcobaleno; altri ancora si sono presentati ai cancelli indossando fasce e spille a tema. Inoltre, il calciatore Leon Goretzka sui social ha lanciato un messaggio di amore universale, schierandosi, quindi, anche lui contro le restrizioni ingiuste della legge ungherese.

Questo, però, non è stato l’unico episodio a favore del mondo gay ostacolato dalla UEFA. Il capitano e portiere tedesco Manuel Neuer, infatti, è sceso più volte in campo con al braccio una fascia arcobaleno, in occasione del Pride Month. Il giocatore, in passato, aveva già portato questa fascia giocando nel Bayern Monaco, per promuovere tolleranza e diversità e i diritti sociali, in particolare quelli a sostegno della comunità LGBT. L’UEFA, però, ha ritenuto anche questa una scelta politica ed ha aperto un’inchiesta sul portiere e sulla federazione tedesca, che rischiavano una multa. La Federcalcio tedesca ha replicato che il gesto del calciatore “è un segno della squadra a favore del pluralismo e viene valutato come una ‘good cause’”. Sulla vicenda si è espresso anche Steffen Seibert, portavoce del governo tedesco: “I colori dell’arcobaleno simbolizzano il fatto che vogliamo vivere con rispetto senza discriminare le minoranze”. Il 20 giugno la stessa UEFA ha annunciato che non verrà preso nessun provvedimento a carico della Federcalcio tedesca e di Manuel Neuer, spiegando di aver esaminato la questione e di aver concluso che Neuer sta promuovendo una buona causa.

Un’altra iniziativa, che però non è stata ostacolata dalla UEFA, riguardava il movimento contro il razzismo (soprattutto nei confronti delle persone di colore) Black Lives Matter, tornato in auge dopo l’uccisione a Minneapolis, da parte di un poliziotto, dell’americano George Floyd. Alla partita Italia-Galles, prima del calcio d’inizio, gli 11 giocatori del Galles si sono inginocchiati, mentre tra quelli italiani solo 5: Toloi, Bernardeschi, Emerson, Pessina e Belotti. Il non farlo degli altri giocatori azzurri ha generato numerose discussioni. A quanto pare, però, l’accaduto sarebbe solo un enorme disguido. I gallesi non avevano anticipato né all’arbitro né agli avversari la volontà di compiere questo gesto simbolico, lasciandoli spiazzati e confusi, non avendo ben capito la situazione. Il gesto di inginocchiarsi mima appunto l’omicidio di Floyd, strangolato dal ginocchio dell’agente ed è divenuto una consuetudine farlo durante il fischio d’inizio di una partita o durante l’inno nazionale in America e in Gran Bretagna. Il gesto è stato reso celebre dall’ex giocatore di football americano Colin Kaepernik ed ora viene impiegato da tutti gli sportivi per aderire alla lotta contro ogni tipo di razzismo.

La nazionale italiana, in seguito, ha precisato che comunque da parte di tutti loro c’è una ferma condanna contro di esso. Molto probabile che anche prima della gara contro l’Austria gli italiani non si inginocchieranno. A parlarne è stato Leonardo Bonucci, che ha già indossato la fascia di capitano in diverse occasioni: “Quando torniamo in hotel faremo una riunione. Lì decideremo tutti insieme come comportarci domani, come sarebbe dovuto accadere anche prima del match col Galles, e se fare eventualmente una richiesta alla nostra federazione in merito“.

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