Isola d’Elba, 26 febbraio 1815: il mare era tranquillo, il vento non soffiava con le stesse vorticose raffiche di qualche giorno prima nelle quali avremmo potuto cogliere il presagio di una grande tempesta. Verso le sette e mezza di sera, la partenza dall’isola. Con uno sforzo d’immaginazione, avremmo la possibilità di osservare Napoleone Bonaparte inquieto sull’imbarcazione che lo conduce via dalla piccola tribuna dov’era stato costretto a guardare il proseguo della Storia, con in sottofondo una sigla gloriosa ma che si rivelerà da titoli di coda. Da questo momento, però, la buona stella di Bonaparte prometteva successo.
Dopo la disfatta nella campagna di Russia e la sconfitta definitiva nella battaglia di Lipsia (1813), Napoleone fu costretto ad abdicare nell’aprile del 1814. Con il Trattato di Fontainebleau gli venne concesso, sulla scia dell’influenza dello zar Alessandro, il controllo dell’Isola d’Elba – un piccolo territorio nel Mar Tirreno – come principato personale, mentre la monarchia borbonica veniva restaurata in Francia con Luigi XVIII. Al momento della decisione, chi gli era vicino – racconta uno di loro, il maresciallo Macdonald – è subito incalzato dalle sue domande (“Conoscete già l’isola? C’è un palazzo, un castello, una passabile dimora?”), quasi che il gusto della novità potesse, in un uomo abituato a guardare con fermezza in avanti, far dimenticare il recente, incombente passato. Napoleone, con l’Elba, aveva potuto conservare un brandello di potere, una piccola isola dove gli fosse ancora possibile, sia pure in una misura quasi ridicola, esercitarlo. “Non aveva rinunciato a strapparsi il sudario, ma gli conveniva passare per sepolto“, scrisse Chateaubriand in Memorie d’oltretomba.
Nulla era più distante dalla struttura emotiva di Napoleone quanto l’idea dell’abbandono, persino più della sconfitta o della perdita del potere. L’ingratitudine di coloro che, a suo avviso, gli dovevano la propria fortuna lo aveva ferito profondamente. L’umiliazione di chi era costretto a piegarsi alla volontà del più forte si mescolava alla rabbia di chi era certo che, senza il tradimento degli amici, avrebbe potuto ancora sconfiggere i suoi nemici. Così, nei giorni che erano intercorsi tra l’accettazione forzata del Trattato imposto dalle altre potenze e l’inizio del viaggio verso l’Elba, si erano sedimentate le basi emotive della sua decisione di tentare un’ultima volta di ribaltare il proprio destino, destino che lo avrebbe portato a vivere fortemente i cosiddetti Cento Giorni.
Per Luigi Mascilli Migliorini (autore di 500 giorni. Napoleone dall’Elba a Sant’Elena), se i Cento Giorni rappresentano l’ultima occasione in cui Napoleone si confronta con la questione del potere – sia dal punto di vista storico che biografico – risolvendola attraverso una sconfitta gloriosa, una catastrofe eroica, diventa essenziale comprendere il periodo immediatamente precedente e ciò che lo ha preparato. Questo percorso inizia nell’aprile del 1814, durante le “giornate terribili” in cui, lasciata Fontainebleau, l’Imperatore decaduto è costretto ad attraversare una Francia che lo rifiuta e lo umilia. Quei giorni segnano l’inizio di una vicenda ad altissima intensità emotiva: essi ne rappresentano la caduta, così come Waterloo, all’estremo opposto, ne costituisce l’epilogo eroico. L’intera parabola si configura così come un autentico finale, all’altezza della grandezza dell’avventura napoleonica, pronto a trasformarsi – come puntualmente avverrà a Sant’Elena – in mito.
Quando l’eroe si separò dal gentiluomo borghese che curava frutteti e vitigni, rendeva con puntualità visita alla sua anziana madre e accoglieva nella sua sobria ma confortevole dimora i notabili del villaggio e le loro consorti? È probabile che questo accadde nei primi giorni del settembre 1814 nel momento in cui – come spesso accade sul finire dell’estate, in quel mese particolarmente adatto a ripensamenti o bilanci – fantasmi che vivono dentro e fuori di sé tornarono ad assalire il sovrano esule (o forse prigioniero) nel suo stesso minimo regno. C’è un popolo, in Francia, che per essergli stato vicino vedeva in Napoleone il vincitore di tante battaglie, il conquistatore di tanti regni, l’invincibile, l’uomo del destino: voci cariche di rimpianto che si sentivano nella Francia del 1814 e che rimbalzarono, per vie diverse, fino all’Elba.
Le isole non hanno altro domani che le partenze. Il 26 febbraio 1815, Napoleone salpò dall’Elba con circa 1.000 uomini a bordo di alcuni piccoli vascelli. Evitando la sorveglianza della flotta britannica, sbarcò il 1° marzo a Golfe-Juan, vicino a Cannes. Da lì iniziò una marcia attraverso la Francia con un’audace strategia: avanzare senza spargimenti di sangue e fare leva sulla lealtà delle truppe francesi. Mentre procedeva verso Parigi, Napoleone guadagnava sempre più sostenitori. Il momento più simbolico della marcia avvenne il 7 marzo nei pressi di Grenoble: di fronte alle truppe mandate a fermarlo, Napoleone avanzò da solo, aprì il cappotto per mostrare il petto e gridò: “Soldati del 5° reggimento, eccomi! Se c’è qualcuno tra voi che voglia uccidere il proprio imperatore, eccomi qui!”. In risposta, i soldati gettarono le armi e acclamarono il loro vecchio comandante. L’Imperatore stesso, dialogando con la gente, si era presentato come un uomo ormai votato esclusivamente al benessere del suo popolo, deciso a lasciarsi alle spalle la guerra. Si era descritto come qualcuno che, come chiunque altro, aveva tratto insegnamento dalle dure lezioni della vita.
Il 20 marzo, quindi, Napoleone entrò trionfalmente nella capitale, riprendendo il trono senza resistenza. Le potenze europee, però, lo dichiararono immediatamente “nemico pubblico” e formarono una nuova coalizione per sconfiggerlo. Il resto è pressoché noto a tutti: Waterloo prima, Sant’Elena dopo. Era oramai affievolito il soffio vitale del giorno della fuga dall’Elba e dell’inseguimento della Storia. La lunga marcia dell’Imperatore fu anche un procedere all’indietro nel tempo, un disordinato, ma non casuale, catalogo tanto della memoria collettiva come di quella individuale.