2 aprile 1860: Garibaldi accetta di guidare i Mille

La data che nella pratica dà il via all'unificazione d'Italia

di Redazione Zerottouno News

L’Eroe dei Due Mondi faccia a faccia col suo destino: fare l’Italia. Secondo il racconto dell’Unità d’Italia, Giuseppe Garibaldi fu un uomo la cui fede nell’Idea lo portò a spendere l’intera sua esistenza per una causa, non cercando – perlomeno esclusivamente – gloria personale, ma facendosi strumento pratico, braccio armato, di un sentire nazionale che aveva bisogno di sangue per emergere.

Il 2 aprile 1860 è una data fondamentale. Con la cessione della Savoia alla Francia e l’annessione di Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana, il Regno di Sardegna aveva gettato le basi per la nascita di uno Stato nazionale italiano. Tuttavia, mentre la diplomazia ridisegnava i confini, i democratici italiani rilanciavano l’azione rivoluzionaria nel Mezzogiorno. Esclusa un’operazione su Roma, protetta dalle truppe francesi, l’attenzione si concentrò sul Regno delle Due Sicilie, dove nel 1859 era salito al trono il giovane Francesco II.

L’idea di un’insurrezione partì da due esuli siciliani, Francesco Crispi e Rosolino Pilo, che progettarono una spedizione di volontari in Sicilia come primo passo di un’azione più ampia. Mentre Pilo cercava di scatenare una rivolta locale, Crispi riuscì a convincere un inizialmente titubante Giuseppe Garibaldi ad assumere, il 2 aprile 1860, il comando dell’impresa. Figura carismatica e leader militare di grande esperienza, Garibaldi era l’unico capace di unire le varie anime del movimento unitario, dai repubblicani più radicali ai moderati vicini a Cavour.

Nonostante il timore di ripercussioni internazionali, il governo piemontese non ostacolò la spedizione. Così, nella notte tra il 5 e il 6 maggio 1860, poco più di mille volontari – per lo più settentrionali e veterani delle guerre del ‘48 e del ‘59 – salparono da Quarto, vicino Genova, a bordo delle navi Piemonte e Lombardo.

L’11 maggio i Mille sbarcarono a Marsala, accolti con entusiasmo dalla popolazione. Pochi giorni dopo, il 15 maggio, ottennero la prima vittoria a Calatafimi contro le truppe borboniche. Il successo spinse Garibaldi a marciare su Palermo. Dopo tre giorni di combattimenti, alla fine di maggio, la città insorse e le forze borboniche furono costrette alla ritirata. Garibaldi assunse ufficialmente il comando in nome di Vittorio Emanuele II, decretando la fine del dominio borbonico sull’isola.

Mentre in Sicilia si avviavano le prime riforme – tra cui la riduzione delle tasse e la distribuzione delle terre ai contadini che avevano combattuto con i garibaldini – dal Nord Italia arrivavano nuovi rinforzi. Tra giugno e luglio sbarcarono a Palermo altri 15.000 volontari, permettendo a Garibaldi di sferrare l’attacco decisivo contro le truppe borboniche. Il 20 luglio, a Milazzo, il loro esercito venne definitivamente sconfitto e costretto a ripiegare sul continente.

In poche settimane, la spedizione era diventata un’epopea capace di conquistare il sostegno dell’opinione pubblica europea e di mettere in crisi la diplomazia delle grandi potenze. Il rapido crollo del regno borbonico in Sicilia costrinse Cavour e i moderati italiani a rivedere la loro strategia, aprendo la strada a nuove annessioni e all’unificazione dell’Italia. L’entusiasmo che aveva accolto i garibaldini al loro arrivo in Sicilia svanì però rapidamente, quando i contadini cominciarono a vedere nella loro lotta non solo la fine del malgoverno borbonico, ma anche l’opportunità di liberarsi da un secolare sfruttamento causato da una struttura sociale semifeudale. Ne derivò una serie di agitazioni violente. Sebbene Garibaldi e i suoi collaboratori cercassero di rispondere alle esigenze dei contadini, la loro intenzione non era mettere in discussione il sistema di proprietà terriera, generando un contrasto insanabile che sfociò in episodi di dura repressione. Il più noto fu il massacro di Bronte, nel mese di agosto, dove, dopo giorni di rivolta, incendi e saccheggi, Nino Bixio, braccio destro di Garibaldi, fece giustiziare sommariamente i presunti capi dei ribelli. Nel frattempo, i proprietari terrieri, preoccupati dalle agitazioni, cominciarono a considerare l’annessione al Piemonte come l’unica soluzione per mantenere l’ordine sociale.

Fino all’estate del 1860, Garibaldi rimase protagonista della scena militare, riuscendo a sbarcare in Calabria e risalire rapidamente la penisola senza incontrare resistenza significativa da parte dell’esercito borbonico, ormai in fase di disgregazione. Il 6 settembre, Francesco II abbandonò Napoli, rifugiandosi nella fortezza di Gaeta. Il giorno successivo, Garibaldi entrò trionfalmente nella città. Cavour, ancora una volta battuto sul tempo, temeva che Napoli potesse trasformarsi in un baluardo per i democratici, tra cui Mazzini e Cattaneo, con l’intenzione di lanciare un nuovo attacco contro lo Stato della Chiesa, rischiando così un intervento francese.

Per prevenire questa minaccia, il governo piemontese decise di intervenire militarmente. Dopo aver ottenuto l’assenso di Napoleone III a non minacciare Roma, le truppe sabaude invasero l’Umbria e le Marche, sconfiggendo l’esercito pontificio nella battaglia di Castelfidardo. Nei primi giorni di ottobre, mentre Garibaldi vinceva la decisiva battaglia del Volturno contro i borbonici, l’esercito piemontese si avvicinava al Sud. Poco dopo, il Parlamento piemontese approvò una legge proposta da Cavour che autorizzava l’annessione senza condizioni di altre regioni italiane, a patto che le popolazioni esprimessero la loro volontà tramite plebisciti. La palla passava definitivamente nelle mani di Cavour e dei moderati.

Il 21 ottobre si tennero i plebisciti, con suffragio universale maschile, nelle province del Mezzogiorno e in Sicilia. La partecipazione fu alta, con un’affluenza di circa il 75-80%, e la maggioranza dei voti fu nettamente favorevole all’annessione, sollevando però qualche sospetto sulla regolarità delle operazioni di voto e scrutinio.

Garibaldi, ormai consapevole che l’annessione era inevitabile, attese l’arrivo dei piemontesi. Il 25 ottobre, a Teano, vicino Caserta, incontrò Vittorio Emanuele II e cedette ufficialmente il controllo delle province liberate. Garibaldi si ritirò sull’isola di Caprera, rinunciando a ogni ulteriore progetto di liberazione, mentre Mazzini partiva per un altro esilio. L’esercito sabaudo, nel frattempo, eliminava le ultime resistenze borboniche, consolidando così il processo di unificazione dell’Italia.

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